"
Quale è, anzi quel era, il bene culturale in assoluto più importante
del nostro Paese? La risposta è ovvia. Il bene culturale più
importante d’Italia era (ed è ancora per le sue parti residue) il
paesaggio. Generazioni di colti viaggiatori, di intellettuali, di
poeti, venivano da noi perché affascinati dal "Giardino d’europa",
dal Paese dove "fioriscono i limoni". Certo, ci venivano
anche per Raffaello e per Michelangelo, per i templi di Paestum e per
le pitture di Pompei, per l’Arena di Verona e per i Fori Romani. Ma
era il paesaggio, il mirabile paesaggio italiano, destinato a far da
cornice ai capolavori d’arte e di storia più celebrati dal mondo,
il vero oggetto del desiderio. Quanto meno il paesaggio italiano era
considerato il moltiplicatore emotivo della suggestione
storico-artistica, nel senso che quest’ultima riceveva dalla cornice
paesistica una specie di eroica e romantica amplificazione.
…………………….
Come
pensare alla Villa Adriana senza i monti di Tivoli, ad Assisi senza il
Subasio che incombe dietro il sacro convento, alle basiliche di
Ravenna avulse dalla cornice di azzurro mare e di nera pineta? Insomma
il fascino tradizionale del Bel Paese si affidava al paesaggio forse
più di quanto si affidasse ai tesori dell’arte. O, almeno, questi
ultimi apparivano a tal punto integrati nell’ambiente che da tale
rispecchiamento ha preso immagine nei secoli l’idea del
"miracolo Italia": l’unico luogo al mondo nel quale arte,
natura, vita appaiono armoniosamente coniugati.
Quello
che è accaduto negli ultimi cinquant’anni lo sappiamo bene. Il
paesaggio italiano è stato in parte devastato, in parte snaturato od
offuscato. L’equilibrio mirabile fra arte e natura che faceva il
nostro Paese unico e invidiato nel mondo non esiste più o, quando
esiste, sopravvive per segmenti disarticolati.
…………………….
Per
fortuna non tutto è perduto. Ora che il travaglio della grande
modernizzazione ha concluso i suoi effetti (il Paese da agricolo
diventato industriale e poi postindustriale, i milioni di emigranti
dal Sud al Nord, dalla campagna alla città, dalla montagna alla costa
ormai assestati), ora – esaurita la metamorfosi più dolorosa e più
profonda subita dall’Italia negli ultimi cinque secoli – siamo in
grado di elencare i danni, prendere atto delle devastazioni purtroppo
irreversibili, studiare, quando possibile, le forme di un ragionevole
ripristino e anche prendere coscienza di quello che è rimasto.
Difendere
i musei, i centri storici e le singole opere d’arte, è certo
importante ma serve a poco se non ci preoccupiamo di difendere, con
uguale determinazione, l’ambiente che ospita il patrimonio
artistico. Credo che, a questo punto, di fronte all’evidenza di un
triste bilancio, gli italiani lo abbiano capito. Ora si tratta di
salvare ciò che resta del paesaggio italiano.
Antonio Paolucci
soprintendente ai Beni
Artistici, architettonici e
ambientali di Firenze, Pistoia e Prato
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da "Il
Paesaggio Italiano" TCI, 2000
Energia eolica
e consumi energetici
L'energia
eolica è energia rinnovabile intermittente, come anche l'energia solare
fotovoltaica e l'energia solare termodinamica.
Poiché l'accumulazione di grandi quantità di energia elettrica è oggi
impraticabile, ne consegue che l'energia elettrica prodotta dal vento e
dal sole deve essere distribuita e consumata nel momento in cui viene
prodotta. Ciò significa che gli impianti di energia rinnovabile
intermittente devono essere connessi direttamente alla rete elettrica di
distribuzione, al cui interno in qualsiasi momento si può trovare un
consumatore disposto all'acquisto. Esiste però un limite tecnico alla
quantità totale di potenza elettrica intermittente (qual'è quella
solare ed eolica) che è possibile collegare alla rete elettrica
nazionale senza rischiare di provocare il collasso di parte o
dell'intero sistema elettrico nazionale. Cosa che potrebbe avvenire nel
momento in cui si verificassero, a causa dell'intermittenza, brusche ed
impreviste variazioni del livello della potenza immessa nella rete. In
altre parole, senza rischiare un "black-out" elettrico locale
o nazionale. Per ragioni cautelative di sicurezza, questo limite è
stato considerato da parte dell'ENEL collocabile intorno ad un valore
pari al 10% della potenza alla punta, cioè del picco di domanda (anche
se dal punto di vista tecnico-scientifico la quantificazione esatta di
questo limite è tutt'ora oggetto di studio e discussione). Poichè in
Italia la domanda alla punta ha raggiunto nel 2001 il valore di circa
52.000 MW (megawatt, ovvero 1.000 kilowatt) ne deriva che la potenza
massima eolica e/o solare fotovoltaica o termodinamica collegabile alla
rete elettrica nazionale italiana è attualmente pari a 5.000 MW circa.
Prendendo in considerazione la dimensione media dei nuovi aerogeneratori
che si intendono installare attualmente in Italia (potenza: 1 MW,
altezza totale della torre più l'elica: 85 metri circa) si può
ipotizzare l'installazione complessiva di circa 5.000-6.000 torri
eoliche per una potenza complessiva di 5.000 MW. Per calcolare il
contributo energetico che queste torri potrebbero assicurare si deve
ricordare che l'Italia è un paese poco ventoso. Su 8.760 ore annue, la
media nazionale del vento di velocità compresa tra 4 e 20-22 metri al
secondo (l'unica adatta alla produzione elettrica) non supera di molto
le 2.000 ore annue. I paesi del nord-Europa e quelli affacciati
sull'Atlantico, invece, dispongono di venti tesi e costanti per circa
3.500-4.000 ore annue. Ne deriva che in Italia 5.000 MW (megawatt)
eolici potrebbero produrre, al massimo, 10 miliardi di kWh (kilowattora)
all'anno, cioè circa il 3,3% del fabbisogno annuo italiano di energia
elettrica (310 miliardi di kWh circa). Ma poiché l'energia elettrica
rappresenta un terzo circa del consumo energetico totale italiano, gli
ipotetici 10 miliardi di chilowattora eolici corrisponderebbero soltanto
all'1,1% circa del consumo totale di energia in Italia. Contributo del
tutto irrilevante ai fini energetici.
Infine, per ciò che riguarda le emissioni inquinanti, cioè le
emissioni di gas serra, per l'Italia il dato complessivo di tali
emissioni ammonta a circa 470 milioni di tonnellate di anidride
carbonica (CO2) equivalente. Di queste, 174 milioni circa sono prodotte
nelle centrali termoelettriche per la produzione di energia elettrica da
combustibile fossile (petrolio, carbone, metano, ecc.). Infatti, la
produzione termoelettrica annuale è di 242 miliardi di kWh e
l'emissione specifica in tali centrali è pari a 725 grammi (circa) di
anidride carbonica equivalente per ciascun kWh elettrico prodotto.
Ciò significa che gli ipotetici 10 miliardi di kWh eolici ottenibili in
Italia sarebbero in grado di far risparmiare circa 7,3 milioni di
tonnellate di CO2 equivalente, pari all'1,55% dell'emissione totale di
gas-serra in Italia. Una quantità minima, se si pensa che è
praticamente uguale all'incremento di tali emissioni che si registra in
Italia in un solo anno!
In
conclusione, da un lato della bilancia sta l'occupazione e la
trasformazione in ambiti industriali di vaste zone di territorio
prezioso dal punto di vista paesaggistico ed ambientale (5.000
aerogeneratori da 1 MW, con diametro del rotore di circa 60 m, se
collocati sull'Appennino in linee a schiera continua, occuperebbero con
4 o 5 linee parallele dispiegate sui crinali senza interruzione un arco
di 500 km, cioè l'intera dorsale appenninica centromeridionale, dai
Monti Sibillini al massiccio del Pollino), dall'altro lato della
bilancia sta l'esiguità del risultato energetico conseguito: tra l'1 e
il 2% del fabbisogno totale italiano.
Ci si chiede: "Il gioco vale la candela?" E' evidente che non
può essere questa la strategia d'impiego delle fonti rinnovabili su
larga scala ed è altrettanto evidente che la corsa all'eolico appare
improvvisata e violenta, sia a fronte della complessità e della vastità
della crisi climatica, sia in relazione ai danni ambientali e
paesaggistici prodotti. Stiamo assistendo, ancora una volta, ad una
drammatica aggressione al territorio italiano al di fuori di qualunque
minima pianificazione territoriale e principio di tutela sia degli
ambienti naturali, sia del patrimonio storico, paesaggistico e
culturale. Una strategia adeguata alle problematiche presenti dovrebbe
comprendere, invece, una maggiore attenzione alle altre tecnologie delle
fonti rinnovabili (solare termico per il riscaldamento - panelli solari
e fotovoltaico in primo luogo), i cui potenziali energetici sono molto
più consistenti di quello eolico e il cui collocamento nel territorio
è di gran lunga più compatibile dal punto di vista della conservazione
dei beni ambientali e paesaggistici.
Il
Comitato Nazionale del Paesaggio
Domanda
massima richiesta alla rete elettrica nazionale: 52.000 MW.
Massima potenza elettrica eolica collegabile alla rete elettrica
nazionale senza rischi di black-out, in base alle attuali conoscenze
tecniche: 5.000 MW.
Produzione elettrica prevedibile di questa potenza eolica: 10 miliardi
di kWh annui, pari al 3,3% circa del fabbisogno elettrico italiano annuo
e all'1,1% circa del consumo energetico totale italiano annuo.
Quantità di CO2 equivalente che una produzione da fonte eolica di 10
miliardi di kWh annui può far risparmiare: 7,3 milioni di t. Attuale
emissione annua italiana di CO2 equivalente: 470 milioni di t.
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RICHIESTE
DI CONNESSIONE ALLA RETE
DI TRASMISSIONE DI
CENTRALI EOLICHE
SUPERIORI A 10 MEGAWATT *
al 31
marzo 2002
a cura
del Comitato Nazionale del Paesaggio
* ogni
centrale eolica è composta da 10-30 torri
|
TOTALE RICHIESTE:
|
518
|
|
SARDEGNA
|
92
|
|
SICILIA
|
78
|
|
CALABRIA
|
63
|
|
BASILICATA
|
48
|
|
CAMPANIA
|
39
|
|
PUGLIA
|
35
|
|
TOSCANA
|
34
|
|
UMBRIA
|
32
|
|
ABRUZZO
|
29
|
|
MOLISE
|
18
|
|
MARCHE
|
16
|
|
EMILIA ROMAGNA
|
13
|
|
LAZIO
|
10
|
|
LIGURIA
|
5
|
|
PIEMONTE
|
3
|
|
LOMBARDIA
|
2
|
|
FRIULI VENEZIA GIULIA
|
1
|
Le
richieste sono quelle riguardanti la connessione alla rete di
trasmissione (di competenza del GRTN) per impianti superiori ai 10 MW.
Quelle per impianti inferiori non sono ancora note.
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LA
QUESTIONE EOLICA IN ITALIA
LE
ENERGIE RINNOVABILI
Il
pianeta è impegnato a ridurre drasticamente le emissioni nocive
derivanti dalla combustione del petrolio e degli altri combustibili
fossili. Faticosamente il trattato di Kyoto ci obbliga tutti ad andare
in questa direzione, cercando di abbattere essenzialmente l'anidride
carbonica e i gas serra.
Oggi in
Italia la produzione di energia elettrica comporta l'immissione
nell'atmosfera di circa 725 grammi di anidride carbonica equivalente per
ogni kWh prodotto. Ciò corrisponde ad un contributo italiano alla
crescita annua della CO2 atmosferica, per la sola produzione di energia
elettrica, pari a circa 160 milioni di tonnellate.
La
principale chance per ridurre tale contributo (accanto al risparmio
energetico) è l'uso di energie rinnovabili, che praticamente non
producono emissioni inquinanti. Si ha perciò che ogni kWh rinnovabile,
prodotto in sostituzione di uno convenzionale, evita l'immissione
atmosferica di 725 grammi di gas serra. Quindi l'energia solare,
l'idroelettrica, l'eolica, l'energia del moto ondoso, la
geotermoelettrica, l'energia da biomasse possono contribuire a ridurre
le emissioni inquinanti dei gas serra.
Tra le
varie energie rinnovabili spicca oggi in Italia quella eolica,
proveniente cioè dal vento. Si tratta di una tecnologia semplice ed
efficace. Non a caso l'energia eolica è stata sfruttata ampiamente
nella storia per diversi usi, tra cui risaltano il pompaggio dell'acqua,
la molitura del frumento e delle olive, la propulsione navale per mezzo
delle vele.
COME
FUNZIONA L’ENERGIA EOLICA
I
moderni mulini a vento sono costituiti da torri d'acciaio alla cui
sommità è posto un rotore, collegato meccanicamente ad un sistema di
ingranaggi moltiplicatori di giri, sistemato entro una navicella ed
azionato dalle pale di un'elica che cattura l'energia cinetica del
vento.
Dal
rotore l'energia cinetica viene trasmessa ad un generatore di corrente
alternata, la cui potenza può arrivare fino a 2 MW (ma si stanno
sperimentando macchine fino a 3 MW) in dipendenza dalle dimensioni delle
pale.
Le
macchine eoliche più diffuse, di media grandezza, raggiungono l'altezza
di 75 metri (50 metri la torre eolica, più 25 di pala) ed hanno una
potenza di 0,6 MW. Sono però in arrivo macchine eoliche con potenza di
2MW, alte complessivamente 107 metri (67 la torre e 40 le pale),
paragonabili ad un edificio di 25 piani.
La
macchina produce energia in presenza di un vento che abbia una velocità
compresa tra 3-4 metri al sec. e 20-24 metri al sec. Le velocità
esterne a questo intervallo non danno luogo a produzione di potenza, da
un lato perché il vento a bassa velocità non contiene sufficiente
energia, dall'altro lato perché alle alte velocità il vento possiede
un eccesso di potenza che potrebbe danneggiare la macchina. Essa
pertanto viene frenata e posta in protezione in situazione di attesa.
Durante il funzionamento, la quantità di energia prodotta in ogni
istante dipende dal valore della velocità del vento in quell'istante.
Poiché l'intensità del vento varia statisticamente nel tempo, anche
l'energia erogata varierà casualmente. Pertanto è importante far
riferimento al valore medio della distribuzione statistica della velocità
del vento per definire le caratteristiche di produzione delle macchine
eoliche collocate nei cosiddetti parchi. Al fine dello sfruttamento
economico, risultano interessanti soltanto quei siti eolici in cui la
velocità media del vento sia superiore a circa 5 metri al sec.
I paesi
più avanzati sulla strada dell'eolico sono la Danimarca, l'Olanda, gli
Stati Uniti, la Germania, la Spagna e grazie a questa esperienza
proveniente in particolare da paesi ventosi e pianeggianti, la
tecnologia si è rapidamente sviluppata ed i costi si sono già
abbassati fino a poter competere con il petrolio.
((Il
costo di produzione riconosciuto all'ENEL dall'Authority "Energia
elettrica e gas" è di 130 lire a chilovattora e l'eolico già
riesce a rientrarci).
Diversa
però appare la situazione del valore tecnico dell'energia
eolica, che, risentendo del grave difetto della sua intermittenza
casuale, non riesce a garantire le stesse condizioni di affidabilità
dell'erogazione come quella dell'elettricità convenzionale. In altri
termini, se per gli impianti eolici non esistesse la possibilità di
immettere l'energia prodotta nella rete elettrica nazionale, che con le
sue enormi dimensioni fa da stabilizzatore dell'intermittenza, pochi
utenti sarebbero disposti a richiedere e pagare la fornitura di
elettricità eolica. Questo aspetto ha importanti ripercussioni sulla
capacità di penetrazione della fonte nell'uso, cosa che purtroppo
finisce per limitare anche i benefici ambientali attesi. In definitiva,
anche se esiste oggi la competitività del costo industriale di
produzione del kWh, si è ancora lontani dalla competitività con il
petrolio per quanto riguarda il valore economico, che è basato
sulle altre qualità tecniche, principalmente sulla vettoriabilità,
sulla concentrazione di energia e sulla continuità temporale degli
approvvigionamenti, qualità tutte che confluiscono nel dato tecnico più
importante per l'utente, quello della grande affidabilità
dell'elettricità convenzionale (garanzia della fornitura di potenza per
il 98% del tempo annuale).
LA
REGOLA DEL 2% E I CERTIFICATI VERDI
L'ENEL e
le nuove società che stanno entrando nel mercato della produzione
elettrica devono dimostrare, in base al decreto Bersani (n. 79/1999), di
essere collegate (attraverso un espediente giuridico chiamato
"Certificato verde") ad una quota di produzione elettrica da
fonte rinnovabile (di nuova installazione) pari ad almeno il 2% della
propria produzione elettrica totale.
A questo
scopo con il decreto del Ministro dell'Industria dell'11 novembre 1999
sono stati introdotti i "Certificati Verdi".
Il
produttore di energia elettrica, o l'importatore che chiede di
connettersi alla rete nazionale, deve detenere (perché produce in
proprio o perché acquista da chi la produce) la quota, corrispondente
al 2%, di "Certificati Verdi", il cui prezzo oscilla tra le
70-80 lire e le 130 a kWh.
Poiché
il valore dei "Certificati Verdi" prescinde dalla fonte di
energia rinnovabile utilizzata, la scelta degli operatori non poteva
cadere altro che sulla produzione eolica, che al momento risulta la più
economica.
Il
risultato finale è che in Italia, tra tutte le energie rinnovabili, si
sta diffondendo nell'uso esclusivamente l'eolico.
Questa
circostanza è motivo di forte preoccupazione, sia sotto il profilo
ambientale e paesistico (soprattutto in connessione con la
configurazione geomorfologica del territorio italiano in cui vengono
realizzati i siti eolici), sia sotto il profilo tecnico in relazione al
raggiungimento del limite di saturazione della capacità di
allacciamento dei nuovi impianti alla rete elettrica nazionale. A questo
proposito occorre ricordare che il collegamento alla rete di una quota
di potenza intermittente (qual è, in particolare, l'energia eolica)
superiore al 10-15% della potenza totale dei generatori convenzionali
che sostengono il carico nazionale, farebbe peggiorare la stabilità del
livello di potenza e l'affidabilità della fornitura fino a contemplare
la possibilità di "black out" totali. Se questo concetto
venisse tradotto in termini tecnici appropriati alla situazione della
rete elettrica italiana, si troverebbe che il limite di accettazione di
potenza intermittente si va a situare intorno ai 5.000 MW. E' chiaro
quindi che, persistendo la situazione presente, questo sarà il limite
cumulativo di penetrazione di tutte le fonti rinnovabili, produttrici di
elettricità intermittente. Quindi, oltre l'eolico, saranno soggette a
questo limite anche il solare termodinamico e il fotovoltaico, il cui
sviluppo offre le più grandi prospettive di risanamento ambientale,
essendo collegabili ad un potenziale energetico immenso. La saturazione
da parte dell'eolico di questo importante segmento di mercato potrebbe
rallentare la crescita economica e lo sviluppo tecnologico delle altre
rinnovabili. Di fatto avverrebbe (e sta già avvenendo) che esse non
potrebbero essere poste in grado di profittare delle presenti opportunità
d'incentivazione (Certificati Verdi) per compiere le economie di scala
necessarie per raggiungere la competitività.
LA
CONCENTRAZIONE DEGLI
INVESTIMENTI SULL’ENERGIA EOLICA
Ben il
97% della potenza dei nuovi impianti di energia rinnovabile per i quali
è stata chiesta la connessione al Gestore della Rete Nazionale, è
ascrivibile a "Wind Farm", letteralmente "fattorie o
aziende del vento", o più appropriatamente "centrali
eoliche".
Non
solo, ma dal momento che per alcune regioni che ne hanno la disponibilità
si sommano sia incentivi in conto capitale (fondi regionali strutturali
UE), sia il guadagno derivante dalla vendita dell'energia, sia il valore
finanziario dei certificati verdi vendibili ai grandi produttori e
commerciabili in borsa, l'investimento in eolico è diventato un vero e
proprio "businness".
E lo
dimostra il fatto che le domande di connessione per impianti da
realizzare ha raggiunto il numero di 518, per una potenza complessiva di
13.300 MW (vedi tabella dati ufficiali GRTN - Gestore Rete di
Trasmissione Nazionale - 31 marzo 2002) quasi trenta volte la potenza
eolica oggi installata in Italia, che è di circa 700 MW con più di
1.000 torri eoliche. Una potenza di 13.300 MW è pari al 25% della
massima domanda nazionale di energia elettrica (raggiungibile in pieno
inverno) e supera di gran lunga l'apporto massimo che le energie
rinnovabili (idroelettrico a parte), per loro natura instabili e
intermittenti, possono riversare nell'insieme della rete elettrica
nazionale. Questa, infatti, deve garantire almeno l'85-90% di energia da
fonti stabili (non aleatorie e intermittenti) quali sono le energie da
combustibili fossili.
Oggi,
non essendo ancora matura e conveniente la tecnologia per immagazzinare
in "batterie" o in altri mezzi di accumulo l'energia prodotta
con le rinnovabili, in modo da rendere tale energia
"utilizzabile" a piacimento, non avrebbe senso economico
produrre più del 10-15% del fabbisogno totale di potenza elettrica
attraverso fonti rinnovabili intermittenti, quali sono l'eolico e il
solare. Ciò soprattutto a causa del peggioramento dell'affidabilità,
che al di sopra di tale limite viene introdotto nella rete e della
conseguente svalorizzazione del kWh venduto all'utente.
Si è
dunque determinata una situazione distorta che condanna il paese a non
avere una distribuzione equilibrata di produzione da fonte rinnovabile.
Avviene dunque che il nostro Paese decide di attivare una quota di
energia rinnovabile, per contribuire alla riduzione dell'inquinamento
planetario, ma sceglie alcune modalità di incentivazione che di fatto
privilegiano quel tipo di energia che mette in crisi altri, altrettanto
significativi, valori collettivi propri del nostro territorio. In ciò
si evidenzia la mancanza di una strategia di lungo periodo, attenta da
un lato alle grandi dimensioni delle esigenze di energia pulita per il
Paese (e di conseguenza alla necessità di disporre di energia
rinnovabile nei diversi potenziali), dall'altro lato a calcolare nel
conto economico le esternalità connesse all'utilizzazione delle varie
fonti rinnovabili, mediante un'attenta analisi comparata. Infatti, non
considerando le produzioni sotto il profilo dei costi esterni, che
devono comprendere anche le stime economiche dei danni paesistici ed
ecologici territoriali, si mettono in difficoltà quelle produzioni
rinnovabili che più si adatterebbero ad essere inserite nel delicato
territorio italiano.
In
conclusione, mancando ogni pianificazione strategica nazionale nel campo
energetico, l'unico criterio di agire è divenuto il mero costo di
produzione e, grazie alle incentivazioni, gli operatori sono stati
indotti ad investire tutto nell'eolico, lasciando al palo lo sviluppo
delle altre fonti rinnovabili come il solare, che hanno molto minor
impatto sull'ambiente e sul paesaggio.
L’IMPATTO
DEGLI IMPIANTI EOLICI
SULL’AMBIENTE E SUL PAESAGGIO
I parchi
eolici già in funzione (molto meno quelli in via di installazione) sono
per lo più in luoghi defilati, fuori dalle grandi correnti di traffico.
Ciò ha reso più facile stendere un velo iniziale sul loro reale
impatto ambientale e paesaggistico. Cosa che invece noi intendiamo porre
in primo piano, poiché siamo convinti che, divenuta la produzione
eolica un "business", ad esso si è inteso sacrificare sempre
più i valori del paesaggio. E della natura. Valori che troppi sembrano
non avere interesse ad inserire nel calcolo costi-benefici.
Nessun
altro impianto tecnologico, tra quelli tradizionalmente già inseriti
nelle aree montane (tralicci di elettrodotti, ripetitori televisivi,
antenne per telefonia mobile, impianti sciistici) ha un impatto
paesaggistico, almeno in Italia, paragonabile per pesantezza a quello
dei parchi eolici.
Le
grandi torri eoliche, per la collocazione sui crinali, per l'altezza,
per la composizione in serie, introducono nel territorio scenari
assolutamente inusuali che irrompono - con la forza delle loro
gigantesche dimensioni fuori scala - nella visione paesaggistica. Grandi
macchine, potenti, dominanti, spesso in movimento. Chi le conosce o le
vive quotidianamente da vicino dichiara inquietudine e turbamento nel
vedere i luoghi familiari della propria vita radicalmente mutati e
sconvolti in tempi brevissimi. Non a caso ci sono Comuni come S.
Bartolomeo in Galdo (il più popoloso della Val Fortore) che si
dichiarano con delibera ufficiale "deolizzati" ed altri, come
Agnone (Isernia) che chiedono alla Regione Molise di fermare le pale
eoliche, prima che distruggano il loro patrimonio storico e
paesaggistico.
L'impatto,
dunque, si ripercuote anzitutto sull'aspetto generale dei luoghi di
insediamento, distruggendone il valore paesaggistico e panoramico e
facendone decadere le vocazioni turistiche.
Grave è
poi la ricaduta connessa alle infrastrutture che accompagnano
l'installazione delle pale eoliche. Scavi, manufatti, scassi, nuovi
elettrodotti, chilometri e chilometri di nuova rete stradale di servizio
(devastante in zone montane) tra l'altro proporzionata all'accesso di
mezzi di eccezionali dimensioni.
Si rompe
tra l'altro la continuità degli ambienti naturali, aprendo gli ambienti
più incontaminati al bracconaggio, alle discariche, ai rally di mezzi
motorizzati, senza escludere la possibilità di ulteriori
cementificazioni del territorio.
Un
discorso aggiuntivo va fatto rispetto alla fauna. Com'è noto, i crinali
dell'Appennino, della Sicilia e della Sardegna sono le aree dove ancora
sopravvivono alcune specie di aquile, di avvoltoi e di altri rapaci,
altrove pressoché scomparsi. E come dimostrano i più accreditati studi
in materia, le pale eoliche costituiscono un pericolo mortale per questi
rapaci, con percentuali di perdite così alte da vanificare anni di
lavoro per la loro reintroduzione e protezione..
UNA
SVOLTA EPOCALE
PER IL TERRITORIO ITALIANO
I danni
non si limitano all'ambiente paesistico e alla fauna. Le prospettive che
si profilano aprono infatti un'insanabile contraddizione con i
programmi, le vocazioni e le aspettative sulle quali da tempo lavorano
le comunità della dorsale appenninica. Un territorio che costituisce
l'ultima grande riserva del paesaggio storico e naturale, che ospita
centinaia e centinaia di Comuni i cui abitanti presidiano e difendono il
polmone verde d'Italia.
Parchi
nazionali e regionali, piccole città d'arte, iniziative generali e
particolari come l'APE (Appennino Parco d'Europa), le attività
agrituristiche, i percorsi ippici di montagna, le produzioni
agroalimentari di qualità sono gli elementi coordinati di un grande
progetto in atto per un nuovo rilancio economico, la cui base consiste
nella conservazione e nella valorizzazione dei beni ambientali,
paesaggistici e storico-culturali.
L'irrompere
dei parchi eolici, con le decine e centinaia di torri d'acciaio alte
fino a 100 metri, con le strade connesse e con i relativi pesanti
basamenti interrati di cemento, va invece in tutt'altra direzione,
quella di un processo di rapina del territorio che oscurerà il
patrimonio di bellezza e di autenticità su cui si basano quei progetti
e quelle aspirazioni. Un discorso del tutto analogo può farsi per le
Prealpi, per la Sicilia e per la Sardegna.
SOPRAFFATTA
E DISAPPLICATA
LA NORMATIVA DI TUTELA E DI
SALVAGUARDIA AMBIENTALE
I costi
ambientali delle energie rinnovabili, e quelli specifici dell'eolico,
non sono del tutto sconosciuti al legislatore. La sia pur scarna
normativa riguardante il settore prevedeva fin dal 1991 (legge 2 gennaio
'91 e successive norme applicative) una gabbia di competenze e di
procedimenti utili a governare le trasformazioni del territorio indotte
dall'installazione di impianti per l'energia rinnovabile (Piani
regionali relativi all'uso delle fonti rinnovabili, definizione dei
bacini ottimali di intervento, determinazione dei criteri generali
affidati alle Province, programmi di intervento per la promozione,
autorizzazioni all'installazione e all'esercizio, ecc.).
Alla
disciplina degli aspetti produttivi si aggiungono poi i paletti
normativi derivanti dalla normativa per la salvaguardia del paesaggio e
dell'ambiente e dal regime urbanistico dei suoli (Valutazione di Impatto
Ambientale e "screening", varianti urbanistiche,
autorizzazioni paesistiche, ecc.).
Ma la
sindrome del 2% ha fatto sì che la produzione di energia rinnovabile
sia diventata un vero affare con vantaggi economici immediati, sia per
le imprese, sia per le amministrazioni locali. Infatti, la
localizzazione di un parco eolico in un certo Comune comporta per esso
una sia pur modesta quota di partecipazione agli utili economici. Le
amministrazioni locali, messe davanti alla scelta tra un afflusso
immediato di "denaro fresco" connesso all'insediamento degli
impianti eolici, e un eventuale profitto futuro collegato alla
conservazione del territorio per una vocazione turistico-ecologica,
optano, per lo più, per la prima. E' cos' che si legano la corsa ad
accaparrarsi siti ed autorizzazioni da parte delle imprese eoliche, e la
disponibilità politica ed elettoralistica degli amministratori,
indifferenti all'assurdità ambientale di certe localizzazioni. Questo
da solo è bastato a far sì che, come avviene spesso in questo paese,
tutte le norme di cautela, di programmazione e di salvaguardia siano
state nella gran parte dei casi scavalcate e disapplicate. Oseremmo dire
che la fretta ad intervenire ovunque e comunque sia stata dettata anche
dalla coscienza che prima o poi qualcuno potrebbe accorgersi che
l'iniziativa, ottima in generale, dell'energia rinnovabile si possa
trasformare, nel caso particolare dell'energia eolica, in un costo
insostenibile per il territorio.
Inoltre,
anche a voler prescindere dagli aspetti economici immediati, considerato
il fatto che si sta discutendo sulla collocazione dei parchi eolici in
zone paesaggistiche ed ecologiche di alto interesse non solo per la
comunità locale, ma anche per la comunità nazionale e per l'Europa
intera, la garanzia del ripristino del sito nelle condizioni primitive
alla fine della convenzione per l'esercizio degli impianti dovrebbe
costituire un obbligo per amministratori pubblici oculati che non
vogliano pregiudicare la possibilità futura di destinare il territorio
ad altre più convenienti vocazioni. Ecco allora che i costi di
smantellamento del parco eolico e di ripristino del sito nelle
condizioni primitive dovrebbero costituire altrettante voci della spesa
di impianto fin dall'inizio, altrimenti tali costi andranno a gravare
sulle amministrazioni future. Se tali costi fossero presi nella dovuta
considerazione, si avrebbero stime economiche più realistiche circa la
posizione sul mercato dell'eolico e dei certificati verdi ad esso
collegati, visto e considerato che si tratta di costi elevatissimi per
le dimensioni delle torri, delle eliche e delle fondamenta.
CONCLUSIONI
Queste
le ragioni fondamentali della battaglia contro l'eolico selvaggio
intrapresa dal Comitato Nazionale del Paesaggio che si propone questi
obbiettivi:
1)
portare allo scoperto i reali connotati del problema nelle sue
molteplici implicazioni, sia paesistiche ed ambientali che di strategia
energetica;
2)
superare un vuoto culturale, politico e gestionale che vede il paesaggio
italiano (di gran lunga il bene culturale più importante, comprensivo
della nostra identità e ovunque diffuso) negletto e sacrificato ad ogni
nuovo bisogno o affare. E se mai vi fosse necessità di una prova di
quanto affermiamo, la si leggerebbe con chiarezza nella estrema facilità
con la quale gli operatori del "business" eolico hanno potuto
superare barriere normative poste, evidentemente solo in modo virtuale,
a difesa del paesaggio e dell'ambiente. Questa situazione è dunque
motivo serio ed urgente per riappropriarci dei valori del paesaggio e
per imporne la tutela. (art. 9 della Costituzione);
3)
correggere scelte approssimative e pericolose che stanno portando alla
affermazione di una sola energia rinnovabile, mentre sarebbe di grande
importanza strategica favorire la crescita delle altre opzioni
rinnovabili (principalmente solare termico e fotovoltaico), sia per i
costi esterni minori, sia per le maggiori potenzialità da esse
possedute.
Come
appare nell'allegata scheda, a cura del Gestore della rete, sui 13.696
MW di energia rinnovabile proposti, solo 420 MW riguardano altre energie
che non siano l'eolico e neppure uno riguarda il solare, che dovrebbe
costituire la nostra opzione preminente e strategica;
4)
attuare dunque un riequilibrio nella ripartizione degli incentivi tra i
vari sistemi produttivi di energia elettrica da fonte rinnovabile. Ciò
richiederebbe un diverso quadro di discussioni e valutazioni
strategiche, nel quale la corsa all'accaparramento dei siti più
remunerativi da parte di intraprendenti operatori dovrebbe essere
moderata da normative nazionali conseguenti agli interessi strategici più
generali del Paese, riguardanti sia l'ambiente, sia la capacità di
crescita sostenibile dell'approvvigionamento energetico.
In
conclusione, la nostra opposizione verso la diffusione
"selvaggia" dell'eolico non significa affatto indifferenza nei
confronti delle energie rinnovabili e del complesso problema dello
sviluppo sostenibile a fronte dell'inquinamento globale. Al contrario,
oltre all'impegno per una diffusione equilibrata delle varie tecnologie
ci impegneremo, in particolare, per la promozione dell'energia solare e
per superare i difetti dovuti alla intermittenza della generazione in
modo da estendere l'utilizzazione delle rinnovabili oltre il limite di
penetrazione nella rete elettrica situato intorno alla quota di potenza
del 10-15%.
Traguardo
che implica l'utilizzo di un mezzo di accumulo di energia in grado di
trasformare l'energia solare in una forma d'energia universalmente ed
economicamente sfruttabile per le esigenze dell'umanità. Allo stato
attuale della ricerca, questo obiettivo può essere ottenuto nel medio
periodo utilizzando come mezzo di accumulo l'idrogeno, combustibile
pulito e vettore energetico che offre la più grande versatilità
rispetto alla varietà delle applicazioni energetiche, compresa
l'alimentazione dei mezzi di trasporto dai quali proviene il massimo
contributo all'inquinamento globale.
Oreste
Rutigliano
(hanno collaborato Domenico Coiante e Carlo Ripa di Meana)
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IMPATTO
AMBIENTALE
PREMESSA
Le
localizzazioni predilette degli impianti sono, a causa della situazione
della ventosità, i crinali montano-collinari dell’Appennino e delle
grandi isole. La realizzazione delle centrali e delle opere ad esse
accessorie ha come primo, più vistoso ed evidente effetto, la
devastazione irreversibile dei valori paesaggistici e panoramici. Tale
impatto viene notevolmente amplificato dal fatto che gli impianti,
progettati separatamente, vengono poi spesso aggregati in aree di
confine tra più comuni. Un esempio drammatico in tal senso è
rappresentato dalla Valle del Fortore nel Sannio, al confine tra le
regioni Campania, Puglia e Molise, dove diverse amministrazioni
pubbliche hanno imprudentemente consentito l’installazione ognuna di
una certo numero di pale eoliche cosicché oggi i crinali di tutto il
comprensorio ospitano quasi 600 torri. L’effetto visivo e prospettico
da qualsiasi punto si osservi la vallata è tale che l’intero aspetto
dei luoghi risulta pesantemente trasformato e ciò, unitamente alla
rumorosità delle pale, fa decadere in modo definitivo qualsiasi valenza
turistica del territorio. A tale proposito si evidenzia che alcuni
recenti progetti dovrebbero interessare le ultime coste rocciose ancora
intatte, come ad esempio nella Puglia meridionale (Salento).Una
situazione analoga a quella della Valle del Fortore si sta venendo a
creare con la messa in opera, già in fase avanzata, di centinaia di
torri eoliche in provincia di Chieti, nei comuni di Castiglione Messer
Marino, Schiavi d’Abruzzo e altri vicini.
Alla
devastazione del paesaggio si accompagna il grave danno arrecato
all’ambiente naturale, nelle sue varie componenti. Spesso le aree
scelte per la realizzazione degli impianti costituiscono habitat di
elevato pregio naturalistico, che in molti casi, proprio per il loro
valore ambientale di importanza spesso non solo regionale ma nazionale
ed internazionale, ricadono in aree protette dalla legislazione interna
(parchi nazionali e regionali, riserve naturali) o in siti
d’importanza comunitaria, o in entrambe le situazioni. I progetti che
si stanno proponendo non tengono in nessun conto i principi di
conservazione acquisiti in questi ultimi decenni nel nostro Paese e in
Europa e che hanno trovato espressione giuridica in fondamentali norme
nazionali come la legge quadro sulle aree protette n.394 del 1991, nella
cosiddetta legge Galasso su vincoli e piani paesistici, oggi convertita
nel D.L. 490 del 1999, nonché nelle relative leggi regionali in
materia.
I siti
di importanza comunitaria (SIC) ospitano specie animali e habitat
minacciati e meritevoli di misure speciali di tutela e, per tale motivo,
sono riconosciuti di rilevanza europea sulla base di convenzioni
internazionali e di norme comunitarie come la Direttiva 92/43/CEE
relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché
della flora e della fauna selvatiche, recepita in Italia con il D.P.R. 8
settembre 1997 n.357 e la Direttiva 79/409/CEE concernente la
conservazione degli uccelli selvatici del 2 aprile 1979, recepita in
Italia con la legge n.157 del 1992.
Le
suddette Direttive prevedono l’istituzione di una rete europea di aree
protette denominata NATURA 2000 e i siti individuati ai fini della loro
inclusione, elencati nel Decreto del Ministro dell’Ambiente del 3
aprile 2000, furono a suo tempo individuati dalle Regioni sulla base di
studi naturalistici appositamente condotti. Oggi, paradossalmente, molte
Amministrazioni pubbliche avvallano ed autorizzano la distruzione dei
beni naturalistici da loro stesse inventariati. A questo proposito è
bene chiarire come ai sensi del DPCM 3 settembre 1999, gli impianti per
la produzione di energia eolica che ricadono, anche parzialmente,
all’interno di aree naturali protette (inclusi i SIC) debbano essere
obbligatoriamente soggetti a preventiva valutazione d’impatto
ambientale (VIA). Se l’impianto progettato ricade al di fuori di
un’area protetta la regione competente ha l’obbligo di effettuare la
valutazione di assoggettabilità alla VIA, detta anche "screening
preliminare".
Nel
quadro della tutela delle aree protette è fonte di notevole
preoccupazione il Protocollo d’intesa "L’energia dei
Parchi" firmato il 27 febbraio 2001 da Enel, Ministero
dell’Ambiente – Servizio Conservazione della Natura, Legambiente e
Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali, che favorisce ed
incentiva lo sfruttamento, nelle aree protette, delle fonti di energia
rinnovabile ovverosia il vento e quindi le centrali eoliche, vista la
situazione italiana di quasi monopolio dell’eolico rispetto alle altre
forme di energia rinnovabile. Il Protocollo costituisce inoltre un
pericoloso precedente, un alibi, per quanti al di fuori delle aree
protette vorranno realizzare centrali eoliche in aree naturalisticamente
di pregio.
FLORA E
FAUNA
L’insieme
delle torri e delle infrastrutture che accompagnano necessariamente le
centrali eoliche realizzate in aree naturalisticamente significative,
esercita un impatto pesantemente negativo su flora e fauna. Ogni
centrale richiede la realizzazione di strade, di manufatti, di scavi per
la posa dei cavi, di cabine di trasformazione (una per ogni torre),ecc.
Sono opere che vanno a perturbare gravemente gli equilibri degli
ecosistemi e che comportano la distruzione di intere comunità animali e
vegetali. Vista la localizzazione degli impianti progettati risultano
particolarmente a rischio associazioni vegetali considerate, ai sensi
della succitata Direttiva 92/43/CEE, prioritariamente meritevoli di
tutela a livello europeo come ad esempio le "formazioni erbose
secche naturali su substrato calcareo caratterizzate dalle fioriture di
orchidee" e le "formazioni substeppiche di graminacee e piante
annuali". Pur essendo le centrali eoliche collocate in aree aperte
la costruzione delle strade di accesso e delle linee per il collegamento
alla rete di trasmissione nazionale non può non interessare anche gli
ambienti boschivi limitrofi.
La
presenza di decine e più di queste strutture, con pale in movimento di
giorno e di notte, esercita un pesante impatto sulla fauna. Le zone
individuate per le centrali sono per lo più molto importanti per
numerose specie di rapaci sia come zone di caccia sia come punti di
concentrazione durante le migrazioni. E’ noto e documentato il rischio
diretto per gli uccelli rapaci costituito dalle pale dei generatori
oltre che dal degrado ambientale generale connesso. Quasi tutte le
specie di rapaci italiani sono incluse nell’allegato I della Direttiva
79/409/CEE, che comprende le specie particolarmente meritevoli di tutela
per le quali gli Stati membri (art.4) sono tenuti all’adozione di
misure speciali di conservazione dei loro habitat di vita per " …
garantire la sopravvivenza e la riproduzione di dette specie nelle loro
aree di distribuzione". La realizzazione delle centrali eoliche in
tali ambienti costituirebbe quindi un’evidente infrazione a precisi
obblighi comunitari. Negli Stati Uniti varie ricerche scientifiche
testimoniano come la presenza dei generatori in aree critiche
costituisca un forte fattore di minaccia per la conservazione di molte
specie di rapaci. In particolare uno studio condotto in un’area della
California ha verificato che il 38% della mortalità dell’aquila reale
era dovuto all’impatto con le turbine eoliche. Considerando
l’impatto con gli elettrodotti, il cui sviluppo si presuppone sia
proporzionato nelle aree sensibili alla produzione dell’energia
eolica, tale percentuale di mortalità sale al 54%. Da un altro studio
più recente effettuato nelle medesime località risulta che in soli
undici mesi sono stati uccisi, a causa delle collisioni con pale
eoliche, 139 esemplari di uccelli rapaci, tra cui 74 poiane, 5 aquile
reali e 1 gufo reale. E’ evidente che l’aquila reale, come molte
altre specie di rapaci già rari in Italia poiché minacciati da
molteplici altri fattori, difficilmente potrebbe sopravvivere nelle zone
interessate dagli impianti eolici. Poiché questi sono progettati di
preferenza proprio negli ultimi territori dove sopravvivono aquile
reali, aquile del Bonelli, avvoltoi, nibbi reali, gufi reali e altri
rapaci rari, intere popolazioni di uccelli da preda potrebbero subire un
ulteriore e forse definitivo tracollo vanificando così il lavoro di
decenni nella battaglia per la loro salvaguardia. Ancora più minacciati
degli adulti risultano essere i giovani da poco involati dai nidi ed
ancora poco esperti nel volo.
Non solo
i rapaci diurni e notturni ma anche altre specie come il corvo imperiale
(quasi estinto nell’Appennino centro-settentrionale ed in via di
reintroduzione), il gracchio alpino (il passeriforme a maggior rischio
di estinzione nell’Appennino Centrale), il gracchio corallino (incluso
nell’allegato I della sopraricordata Direttiva 79/409/CEE), la
coturnice, ed altre specie ancora, subirebbero danni assai gravi dalla
realizzazione delle centrali eoliche nei loro ambienti di vita. Inoltre
un recente lavoro condotto sempre negli Stati Uniti ha riscontrato una
sensibile riduzione della densità di uccelli passeriformi nidificanti
fino ad una distanza di 180 metri dalle turbine. Il rischio di
collisione con le pale sarebbe inoltre elevato per gli uccelli migratori
soprattutto durante il passaggio notturno ed in condizioni di nebbia.
Molte specie di uccelli migrano prevalentemente od esclusivamente nelle
ore notturne.
Va messo
in evidenza come le ricadute negative coinvolgerebbero l’intera
comunità animale sia a causa degli effetti indotti sulla vegetazione e
quindi sulla disponibilità delle risorse alimentari, sia a causa della
mortalità diretta a carico dei rapaci che svolgono un indispensabile
ruolo di controllo ecologico, sia a causa di fattori indotti come il
disturbo e il bracconaggio favoriti dalla nuova viabilità. Anche i
pipistrelli, particolarmente utili per la loro dieta insettivora,
verrebbero falcidiati dal movimento delle pale.
SUOLI,
ACQUE E TERRITORIO
Lo
sviluppo di questa capillare rete stradale di servizio, proporzionata
per giunta all’accesso di mezzi pesanti di eccezionali dimensioni, non
solo rompe la continuità dei delicati ambienti prativi di alta quota ma
altera fortemente il drenaggio dei terreni provocandone mutamenti nella
loro composizione vegetale e conseguentemente nelle comunità animali
che ne dipendono. L’apertura delle strade di servizio che dovrebbero
necessariamente raggiungere ogni singola torre non potrebbe non arrecare
danni alla stabilità dei suoli favorendo l’erosione ed alterando la
circolazione superficiale delle acque. E’ notorio poi come in Italia
le vie di penetrazione negli ambienti più selvaggi ed incontaminati
aprano la strada al fenomeno del bracconaggio, alle discariche abusive,
alla cementificazione, al traffico di fuori strada e motociclette fuori
pista, ai furti di bestiame, ecc.
Bisogna
sottolineare poi che, come già avvenuto in molte località, i materiali
inerti che vengono adoperati nelle imponenti strutture di fondamenta
delle pale eoliche vengono prelevati in cave, spesso abusive, limitrofe
agli impianti o, ancor peggio, nei letti fluviali dei bacini
circostanti. Si vanno quindi ad alterare non solo le superfici
direttamente interessate dagli impianti ma l’intero territorio con
possibili gravi conseguenze anche sull’assetto idrogeologico.
Le
dimensioni degli aereo generatori (molti modelli dell’ultima
generazione arrivano a superare le 200 tonnellate l’uno) e delle
relative fondamenta in cemento, rendono proibitivi i costi di rimozione
di queste strutture, una volta che queste non venissero più utilizzate
a causa degli eccessivi costi di manutenzione o dell’obsolescenza
dovuta al progresso tecnologico. Come già avvenuto altrove, ad esempio
in California, si avrebbero cimiteri di centrali eoliche abbandonate al
degrado ed al disfacimento, monumenti più che eloquenti
all’insipienza, per non dire altro, dei responsabili della gestione
del territorio. Un aspetto ancora abbastanza sconosciuto ma che
richiederebbe ulteriori approfondimenti è quello connesso con
l’alterazione delle falde provocate dai plinti di ancoraggio dei
generatori che raggiungono notevoli profondità nelle porzioni di
territorio più delicate per il drenaggio delle acque e quindi per
l’approvvigionamento idrico dei bacini.
CONCLUSIONI
Le centrali eoliche
sono veri e propri impianti industriali, e pertanto già in quanto
tali la loro ubicazione in aree ambientalmente pregevoli risulta del
tutto incompatibile con la vocazione spiccatamente naturalistica di
questi territori, caratterizzate inoltre dal fatto che, essendo per lo
più realizzate in aree remote, comportano la costruzione di
infrastrutture di servizio, come strade e linee elettriche, che ne
accrescono il già notevole impatto sull’ambiente e sulle sue varie
componenti.
Non è accettabile che,
come invece è diventata prassi usuale, la localizzazione e la
dimensione degli impianti vengano decise solo in base a contrattazioni
tra le ditte produttrici ed i comuni interessati, che spesso svendono
per pochi soldi i valori ambientali più significativi dei loro
territori, tra l’altro con danni anche economici assai notevoli per
l’agriturismo, il turismo naturalistico, l’allevamento del
bestiame, eccetera.
Occorre che le Regioni
varino piani energetici accurati che tengano conto dei valori
ambientali e che, in attesa di tali piani, venga imposta una moratoria
alla realizzazione di nuovi impianti eolici. Vanno inoltre
incoraggiate altre forme di produzione di energia da fonti rinnovabili
come il solare termico ed il solare fotovoltaico.
E’ necessario che il
Ministero dell’Ambiente e gli altri enti coinvolti ritirino il
Protocollo d’intesa "L’energia dei Parchi", firmato nel
febbraio 2001, che ha effetti diretti ed indiretti molto dannosi nei
confronti della salvaguardia degli ultimi ambienti naturali del nostro
Paese.
Vi è un alto livello
di disinformazione in merito alle centrali eoliche vista da molti,
anche titolari di responsabilità decisionali in questo settore, come
a basso impatto ambientale ed assai utili per la riduzione
dell’effetto serra. Occorre quindi un’attenta opera di
sensibilizzazione e di informazione in merito alla situazione reale.
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L'EOLICO
E I CERTIFICATI VERDI
PREMESSA
L’utilizzazione
della forza del vento ai fini della produzione di energia avviene oggi
al di fuori di ogni pianificazione o programmazione: quasi sempre
impianti imponenti (gli oramai noti "Parchi" o – per dirla
all’inglese le "Wind Farms"), veri e propri insediamenti
industriali, sorgono indiscriminatamente sulla linea di crinale
dell’Appennino sulla base di semplici concessioni edilizie
rilasciate (su aree a ben altro vocate) da Sindaci
"ammaliati" dai "benefici" della nuova tecnologia.
Concorrono
all’uso indiscriminato dell’eolico non solo la mancanza di una
disciplina di settore coordinata ed organica, ma anche, e soprattutto,
la mancata attuazione e la quasi totale inosservanza, soprattutto in
sede regionale e locale, delle regole che purtuttavia esistono.
1. Il
riferimento è innanzitutto alla legge 2 gennaio 1991, n. 10,
(contenente norme per l’attuazione del piano energetico nazionale)
che dopo aver compreso il vento tra le fonti rinnovabili di energia
(art. 1, comma 3), definendo la correlativa attività di pubblico
interesse anche ai fini della realizzazione delle opere connesse
(comma 4), assegna alle Regioni (d’intesa con ENEA e con gli enti
locali) la predisposizione di un piano regionale relativo all’uso
delle fonti rinnovabili di energia (art. 5, comma 2), piano che deve
contenere il bilancio energetico regionale, la definizione dei bacini
ottimali (come definiti al comma 1), e – soprattutto (per quel che
ne occupa) - … le procedure per l’individuazione e la
localizzazione di impianti per la produzione di energia fino a dieci
megawatt elettrici …. . La stessa legge 1991/10, all’art. 16,
attribuisce alle Regioni (sempre in via di delega) la potestà di
emanare le altre norme necessarie per l’attuazione della legge
stessa.
2. Su
tale quadro sono intervenuti il decreto legislativo 31 marzo 1998, n.
112 (in materia di conferimento di funzioni e compiti dallo Stato alle
Regioni e agli enti locali), nonché la legge costituzionale 18
ottobre 2001, n. 3 (di modifica al Tit V, della parte seconda della
Costituzione).
Il
primo attribuisce alle Regioni funzioni in materia di energia, ed in
particolare quelle relative alle fonti rinnovabili e all’elettricità
(art. 30, comma 1) che dallo stesso decreto non siano riservate allo
Stato (tra queste, ai sensi dell’art. 29: la determinazione dei
criteri generali per la costruzione e gestione degli impianti, nonché
gli atti di assenso per quelli di potenza più elevata), o non siano
riservate direttamente agli enti locali. In particolare (per quel che
qui interessa) il successivo art. 31 conferisce alle province (sia pur
nell’ambito delle linee d’indirizzo fissate nel piano energetico
regionale) le funzioni amministrative relative (al)la redazione e
l’adozione dei programmi d’intervento per la promozione delle
fonti rinnovabili … nonché … (al)l’autorizzazione
all’installazione al (al)l’esercizio degli impianti di
produzione di energia.
L’art.
117 Costituzione, nuovo testo, se da una parte riconosce la potestà
legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela dell’ambiente
(comma 2, lett. s), dall’altra ricomprende nelle materie di
legislazione concorrente la produzione, trasporto e distribuzione
dell’energia (comma 3), attribuendo in via residuale alle Regioni
ogni materia non espressamente riservata allo Stato.
3. A
tali profili di disciplina, legati strettamente agli aspetti
produttivi (profili peraltro idonei già da soli a fissare una
"gabbia" di competenze e procedimenti utili a governare le
trasformazioni del territorio indotte dall’utilizzazione della fonte
eolica), si aggiungono quegli altri previsti in via generale o
particolare a salvaguardia del paesaggio e dell’ambiente, nonché
quelli legati alla disciplina dell’uso dei suoli.
E così
(sinteticamente):
a. ai
sensi del D.P.C.M. 3 settembre 1999, di modifica del D.P.R. 12 aprile
1996, gli "impianti industriali per la produzione di energia
mediante lo sfruttamento del vento" sono sottoposti a V.I.A.,
allorché (essendo ricompresi tra i progetti elencati nell’All.
"B") ricadano nell’ambito di aree naturali protette; in
tutte le altre ipotesi sono sottoposti al procedimento di verifica (o
"screening" ai sensi dell’art. 10 dello stesso D.P.R.);
b.
trattandosi di interventi che per dimensioni e densità degli elementi
che li compongono (gli aerogeneratori) si risolvono in modificazioni
rilevanti del paesaggio e del territorio, debbono obbligatoriamente:
b.1.
essere oggetto di speciale previsione da parte degli strumenti
urbanistici – territoriali comunali, dovendosi, in mancanza,
subordinare la autorizzabilità (ai fini "edilizi") degli
stessi all’esaurimento delle procedure di localizzazione previste
dalla normativa di settore (art. 1, comma 4, della legge 1991/10);
b.2.
essere conformi ai contenuti dei piani paesistici approvati ai sensi
dell’art. 149 del T.U. 29 ottobre 1999, n. 490;
b.3.
essere coerenti con le preesistenze tutelate dal vincolo allorché si
tratti di localizzazioni interferenti con provvedimenti puntuali di
"vincolo" paesaggistico.
4.
L’osservanza anche solo parziale del "quadro" di regole
appena descritto, è in grado di consentire già oggi (come avrebbe
consentito nel passato) di limitare l’incidenza sovversiva sul
paesaggio degli interventi di "valorizzazione eolica" del
territorio.
Certo
che al raggiungimento della (reclamata) "maturità" nella
tecnologia eolica, deve corrispondere altrettanta "maturità"
nella individuazione di "varianti" alle quali la
declinazione di tale tecnologia deve, al pari di ogni altro processo
di trasformazione del territorio, conformarsi: in varianti tanto più
necessarie in considerazione del fatto che nel nostro Paese gli ambiti
che si pretendono vocati all’eolico (e cioè l’Appennino),
coincidono con quelli dove più alto è il pregio paesaggistico ed il
valore storico, sicché (come autorevolmente è stato rilevato) tale
territorio finisce per essere del tutto inadatto ad accogliere
apparati tecnologici di tipo industriale o comunque di dimensioni e
densità tali da divenire protagonisti incontrastati della visione
paesaggistica.
E’
tempo quindi che Regioni (ed enti locali) muovendo dal riferito quadro
normativo provvedano (a mo’ di esempio):
a. a
subordinare la pianificazione e l’individuazione dei siti,
evidenziando che sede di tale pianificazione (dovendosi la stessa
conformare non solamente a canoni di efficienza ma anche – e
soprattutto, ex art. 9 Cost. – a canoni di tutela del paesaggio) è
costituita dal coordinamento tra pianificazione energetica e quella
paesistica;
b. a
individuare in via generale ambiti di preclusione assoluta in
dipendenza dalla insuscettibilità di mitigazione degli impatti
sul paesaggio e sull’ambiente;
c. a
procedimentalizzare (per gli impianti ammissibili) l’atto di
assenso, anche mediante il ricorso a strumenti di esame contestuale di
interessi, garantendo comunque in tale ipotesi, l’adeguato
inserimento di quelli connessi alla tutela;
d. a
introdurre il regime della concessione onerosa per l’utilizzazione
di una risorsa come il vento che è pubblica.
UN
MERCATO DI CERTIFICATI CALIBRATO
A FAVORE DEL SOLO EOLICO
Il
quadro sin qui descritto ha subito una accelerazione che rischia di
vanificare ogni tentativo di intervento.
Nel
1999 ha preso avvio in Italia, con il decreto legislativo 16 marzo
1999, n. 79 (di attuazione della direttiva 96/92/CE) la
liberalizzazione del mercato elettrico.
Mentre
cade il monopolio dell'Enel (il decreto prevede che nessuno possa -
dal 2003 - detenere più del 50 per cento dell'elettricità prodotta o
importata), il mercato interno viene aperto ad altri operatori.
Nello
stesso tempo, per incentivare (coerentemente con le previsioni della
direttiva) il ricorso a fonti rinnovabili, tanto ai nuovi operatori,
quanto all'ex-monopolista, il decreto impone che dal 2001 almeno il 2
per cento della energia immessa in rete (quella prodotta da fonti
convenzionali: il fossile) provenga da impianti (realizzati
successivamente al 1999) che utilizzano fonti energetiche rinnovabili,
quali il sole, il vento, le risorse idriche, le risorse geotermiche,
le maree, il moto ondoso, la trasformazione in energia elettrica dei
prodotti vegetali o dei rifiuti.
Tale
obbligo, però, può essere soddisfatto non solo producendo in proprio
ovvero acquistando (o importando) energia dai proprietari di impianti,
ma anche acquistando i c.d. "Certificati Verdi" dai
proprietari stessi (che abbiano immesso, anche vendendola
separatamente, energia nella rete nazionale).
I
"Certificati" (puntualmente disciplinati dal Decreto
Ministeriale 11 novembre 1999) sono oggetto di una vera e propria
contrattazione in un libero mercato e in una apposita borsa, e
costituiscono il "sovraprezzo" (incentivante) riconosciuto
(per un periodo di otto anni) ai produttori da fonte rinnovabile,
sovraprezzo che si aggiunge al corrispettivo vero e proprio
dell'energia che può anche essere venduta separatamente.
In
buona sostanza l'accesso al mercato del nuovo operatore, ovvero la
permanenza nello stesso dell'ex monopolista rimane rigidamente
subordinato alla produzione o importazione di energia da rinnovabile,
ovvero all'acquisto da produttori di "Certificati" (tutti
provenienti da impianti realizzati o ammodernati dal 1999, non valendo
quelli preesistenti) per importi "congrui" rispetto
all'energia immessa in rete.
La
necessità di "assistere" la immissione in rete di energia
tradizionale con la produzione di energia da rinnovabile, ha
"scatenato" una vera e propria "corsa" alla
realizzazione di impianti da rinnovabile: e di tale "corsa"
(con una inversione tra mezzo e fine) l'obiettivo non sembra tanto
quello di incrementare per quote significative il ricorso a fonti
rinnovabili, quanto piuttosto quello di consentire la partecipazione
di operatori di mercato del tutto peculiari alla borsa per la
contrattazione dei "certificati verdi".
Tale
"corsa" al rinnovabile ha assunto - in conseguenza dei tempi
di attuazione della direttiva e della disciplina riguardante i
"Certificati" - tra la fine del 2001 e il 2002, ritmi
impressionanti: qualificazione degli impianti (che - come prevede il
decreto ministeriale ricordato - per quelli non ancora in esercizio
avviene sulla base del progetto), richieste di connessione alla rete,
emissioni di certificati verdi (che per gli impianti ancora non in
esercizio avviene sulla base delle concessioni edilizie rilasciate per
l'impianto e gli allacciamenti), sono tutte attività che si stanno
svolgendo in questi mesi proprio perché nel 2002 dovranno essere
emessi i certificati che gli operatori del mercato elettrico saranno
tenuti a consegnare al Gestore della Rete nel 2003.
Tutto
ciò sta realizzando una evidente distorsione del comparto
dell'energia da rinnovabile: basti pensare che mentre il "Libro
bianco per la valorizzazione energetica da fonti rinnovabili"
(approvato dal CIPE nel 1999) individua in 3.000 MW l'energia
elettrica da eolico attesa al 2008 a fronte dei 24.700 totali da
rinnovabile, per il 2002 sono giunti (al 31.10.2001) al Gestore della
rete richieste di connessione per eolico per oltre 13.276 MW, sulle
13.696 complessivamente (per rinnovabile) avanzate. Il fatto è che i
certificati verdi non sono emessi per caratura, in modo tale da
rendere indifferente la scelta di fonte rinnovabile. Essi sono
riconosciuti indistintamente sia che si produca a costi più alti con
una fonte rinnovabile, magari più coerente al territorio, ma per il
momento più costosa, sia che si produca a costi più bassi una
energia rinnovabile ora più a buon mercato.
Ne
consegue che l’eolico, che è nello stesso tempo tecnologia matura,
ma anche energia legata ad impianti che hanno i minori costi interni
e, soprattutto, di più facile collocazione, faccia la parte del leone
nel mercato dei certificati verdi, bruciando le prospettive sia del
solare che delle biomasse, che di ogni altro rinnovabile. Diventa così
assai comodo infilzare l’Appennino (con apparati fuori scala da 75 a
140 m.), che tra gli altri pregi non ha rendite fondiarie da
remunerare, ed esercitare ogni possibile pressione nei confronti dei
Comuni - cui compete il rilascio delle concessioni edilizie e di
quelle paesaggistiche – che, per essere montani, sono i più
"deboli" e i meno attrezzati a sopportarla.
Si
svende l'Appennino per un pugno di certificati, non certo per
contribuire ad emancipare l'Italia dalle fonti fossili.
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INFORMAZIONI
GENERALI SULL'ENERGIA
UNITA' DI
MISURA DELL' ENERGIA ELETTRICA
E DELL' ENERGIA IN GENERALE
kW (1000 watt):
unità di misura della potenza elettrica erogata o consumata in ogni
istante da un macchinario elettrico. Si può quindi definire come
misura di potenza.
kWh: unità di
misura di quantità di energia elettrica erogata o consumata in un'ora
di funzionamento continuo (alla massima potenza) da un macchinario
elettrico di 1 kW di potenza.
MW = 1000 kW
MWh = 1000 kWh
TEP:
tonnellata equivalente petrolio. Unità
di misura universale di qualunque quantità di energia. Si usa per
poter paragonare tra loro quantità di energia diverse, come quelle
che si ottengono dal petrolio, dal carbone, dal gas metano, dalla
caduta o dal movimento dell'acqua (idroelettrico), dal vento, dalla
radiazione del sole, ecc.
Per definizione 1 tep
equivale a 11.628 kWh. In realtà, nelle attuali centrali
termoelettriche bruciando una tonnellata di petrolio si ottengono non
più di 5.000 kWh poiché il rendimento della trasformazione del
petrolio (o del carbone, o del gas metano) in energia elettrica non
supera il 40% circa.
BILANCIO
ENERGETICO ITALIANO
Il
bilancio energetico può essere visto sotto il profilo delle fonti
primarie di energia o, in altre parole, del consumo di energia primaria,
oppure sotto il profilo dei consumi finali di energia.
L'energia
primaria è quella che viene utilizzata sia per utilizzo finale sia per
essere trasformata in altri prodotti energetici sia per produrre energia
elettrica in centrali elettriche.
I
consumi finali di energia sono quelli dai quali non derivano ulteriori
forme di energia. Rappresentano l'ultima fase del ciclo energetico, nel
quale l'energia viene definitivamente consumata nell'ambito dei vari
macchinari, motori, caldaie, caminetti, ecc. .
Il
consumo di energia primaria (anche detto "consumo lordo di
energia") rappresenta dunque l'energia in entrata. I consumi finali
di energia rappresentano invece l'energia in uscita, quella che si
trasforma in lavoro o riscaldamento utilizzato dalla società umana per
i propri scopi e le proprie necessità.
Ovviamente
il consumo di energia primaria è più grande rispetto al consumo
finale. Nella fase di passaggio da energia primaria a energia per i
consumi finali una parte notevole dell'energia totale viene persa.
Il dato
più importante è quello del consumo lordo di energia, cioè il consumo
di energia primaria. I problemi dell'inquinamento globale, del
riscaldamento globale, dell'effetto serra ci impongono di ridurre
rapidamente il consumo totale di energia fossile (carbone, petrolio, gas
metano) anche perché in via di esaurimento, e di aumentare in modo
corrispondente lo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili che
sono praticamente eterne e non emettono gas inquinanti.
Le fonti rinnovabili
sono:
- l'energia
idroelettrica;
- l'energia solare
fotovoltaica;
- l'energia solare
termoelettrica o termodinamica (solare ad alte temperature);
- l'energia solare
termica (solare a basse temperature per riscaldamento);
- l'energia eolica;
- l'energia del moto
ondoso;
- l'energia
geotermoelettrica;
- l'energia da
incenerimento di biomasse, biogas, rifiuti.
ATTUALE
CONSUMO LORDO ITALIANO
DI ENERGIA PRIMARIA
in milioni di
tep (fonte ENEA, proiezione all'anno 2000):
petrolio 93 (49,5%)
metano 60 (32%)
carbone, coke, ecc. 12 (6,4%)
energia idroelettrica 10,5 (5,6%)
altre energie rinnovabili 2,5 (1,3%)
TOTALE ENERGIE
RINNOVABILI: 13 (7%)
importazioni di
energia elettrica da Francia e
Svizzera 9,8 (5,2%)
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TOTALE: 188 (circa)